Le storie di Jacopo #1: Sono solo pizzette

È un po’ in ritardo stamattina, ma ancora è buio. Maria arriverà, non può aprire il bar senza le mie pizzette. Banchi d’acciaio e luci al neon, il riverbero del forno elettrico porta un po’ di calore anche nel cuore, certo sarebbe meglio un bel forno a legna con la fiamma scoppiettante, ma non sarebbe adatto a cuocere le pizzette da bar.

Non si può vedere fuori dalla finestra, è in alto con i vetri opachi, ma si può percepire l’alba dal timido chiarore che traspare. Appoggio le mani infarinate sul banco di metallo, con le braccia distese come a cercare un po’ di sollievo per i muscoli indolenziti, socchiudo gli occhi e avverto il sonno che non c’è stato questa notte, un tremore senza brividi mi accarezza, quel fremito dentro che non viene dal freddo, ma dalla voglia di rannicchiarsi nel letto, di raccogliersi in posizione fetale sotto le coperte. Adesso gli occhi sono proprio chiusi e, per un lungo istante, sogno il mio futuro: la pizzeria con il tavoli in legno, la spianatoia di marmo ed io che inforno le pizze, quelle vere, quelle fatte per qualcuno che sa chi sono, per un cliente che mi ha scelto, non le pizzette del bar che verranno mangiate distrattamente da chi sa chi.

E c’è Maria a servire ai tavoli, è bella Maria e mi sorride. Un altro ciocco di buon faggio nel fuoco raccolto a lato della platea, e un’altra pizza da tirare sulla pala di legno, ma si deve fare molta attenzione a non lasciare troppa farina, brucerebbe, diverrebbe amara e questo non deve accadere. Questo si realizzerà un giorno, questo è il futuro, anche se Maria ancora non lo sa. Non saranno le solite pizze gommose, no di certo, si scioglieranno in bocca, vedrai Maria che impasto favoloso che farò, con la pasta di riporto e tutto un giorno a lievitare, senza fretta, che il tempo e le ore della notte possano maturarli, perché i panielli si stenderanno facilmente in un disco perfetto con pochi passaggi, proprio come il nostro futuro, senza premura, docilmente.

Con un sussulto torno alla realtà, sforno i cornetti, profumano troppo, ma non importa tanto verranno divorati da una folla distratta che corre al lavoro, li inzupperanno con poca eleganza in cappuccini schiumosi senza sapere se sono cornetti, croissant o brioche… se gli aromi sono naturali o artificiali, se c’è burro o margarina: gente sventata, disattenta, superficiale. Come le loro vite. Oh, la mia non sarà così, vedrai Maria, uno di questi giorni ti parlerò, ti racconterò il nostro futuro.

Domani farò una sorpresa a Maria, una pizza in teglia da tagliare a porzioni, di quelle buone, alla romana, ad alta idratazione; croccante fuori e una nuvola dentro. I clienti l’ameranno e chiameranno gli amici per far assaggiare loro quanto è buona la nuova pizza del bar di Maria L’acqua, la farina e il lievito, l’impastatrice che ronza ritmicamente, che prepara un nuovo soffice sogno per domani.

Ormai il vetro opaco la finestra rivela, nel chiarore, l’orlo non proprio pulito e il giorno che cela dietro di sé, grigio.

È un piccolo bar quello di Maria, un bar che vive di clienti di passaggio, non avrebbero dovuto fare il nuovo raccordo, non avrebbero proprio dovuto farlo.

***

Jacopo De Silva

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